I coding agent rappresentano un salto quantico nello sviluppo software, ma il vero collo di bottiglia non è il modello: è la mentalità con cui li usi. Se li tratti come un esecutore da controllare al millimetro, ne limiterai il valore; se invece li usi come leva per chiarire contesto, accelerare il lavoro ripetitivo e iterare più in fretta, il guadagno diventa evidente.

Perché qui siamo davanti a un salto mentale, oltre che tecnologico.

Nell’ultimo mese ho lavorato con circa 20 persone di aziende, ruoli ed età diverse per l’adozione di AI in tutto il flusso di sviluppo software: dalla gestione del backlog alla revisione del codice ed ecco cos’ho osservato.

Il vantaggio non è tecnico, è culturale

Le persone che più si “lasciano andare” con i coding agent, che sono disposte a mettere da parte il “vecchio” modo di lavorare, che smettono di identificarsi con “io sono utile perché scrivo codice”, che sono in grado di smantellare il “solo io so come si fanno le cose, figurati se l’AI riesce a capire”, sono quelle che ottengono risultati per prime. Chi vede il coding agent come una spalla con cui effettivamente dialogare, chiarire un concetto, un’idea, un requisito, uno strumento per evitare di scrivere a mano codice noioso o ripetitivo (da davvero soddisfazione scrivere l’ennesima API sempre uguale?), e a usare una mentalità 80/20 (“non deve essere perfetto, deve essere buono abbastanza e poi si rifinisce”) è quello che riesce a ottenere il massimo da questi strumenti.

Non è molto diverso da quanto accade ogni volta che un’organizzazione incontra un cambiamento che mette in discussione abitudini e identità. Se vuoi leggere meglio questo meccanismo, ti consiglio anche Qui si è sempre fatto così: il virus culturale che ti ruba il potenziale e Apprendimento continuo: entrambi spiegano perché il vero freno raramente è lo strumento, e quasi sempre il contesto culturale in cui lo inserisci.

Cosa blocca davvero l’adozione dei coding agent

Chi cerca di controllare, di dare il prompt perfetto, di incolpare il momento in cui non fa come ci si era immaginati, chi si concentra sul “ah vedi che ha sbagliato” è chi si perde il potenziale di produttività che questi strumenti possono offrire.

E questo, posso garantire, non ha a che vedere né con l’età, né con il ruolo. È una questione di mentalità.

Il punto non è ottenere output perfetti al primo colpo. Il punto è imparare a lavorare bene con un sistema probabilistico: dare contesto, chiarire il risultato atteso, iterare, correggere, rifinire. Non a caso ho approfondito questo aspetto in Context is king, perché senza contesto utile anche il miglior agent finisce per sembrare mediocre.

Come ottenere valore reale dall’agentic coding

Quindi se per te l’agentic coding “non funziona” i casi sono 2:

  1. non l’hai provato davvero perché non sai effettivamente di cosa si tratta, e in questo caso ti rimando a un mio videocorso completo su Copilot per partire a razzo: https://youtu.be/vHrxXajpQn4;
  2. non hai ancora fatto il salto mentale necessario per sfruttare al meglio questi strumenti.

E attenzione: anche quando il singolo sviluppatore accelera, il beneficio vero emerge solo se cambia il sistema di lavoro attorno. Per questo ti suggerisco anche L’agentic coding migliora davvero la delivery software?, dove spiego perché produttività individuale e throughput complessivo non coincidono automaticamente.

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